Gianluca Gatta, Aborto. Una storia dimenticata, ed. Pragma, 1997, ISBN 8886202342 Cap 8.1

LEGGI E MODELLI DEMOGRAFICI -
LA PIANIFICAZIONE DELLE NASCITE

Bali, arcipelago indonesiano. Sono le diciassette in punto quando, come di consueto, una sirena
risuona in tutta l'isola. Ma non si tratta della fine del turno pomeridiano degli operai: quel suono
infatti ricorda semplicemente alle donne che è ora di prendere la pillola antifecondativa. Intanto,
poco più lontano, a Giava, la più importante isola dell'Indonesia, le sbarre di un passaggio a livello
si stanno chiudendo perchè è in arrivo un treno. L'avviso della chiusura però non è scandito dal
classico, monotono, suono di campanella bensì dal ritornello del gingle pubblicitario della
campagna di pianificazione familiare, così tutti gli improvvisati spettatori potranno ricordarsi del
famoso motto governativo: "una famiglia deve essere piccola, felice e prospera".

New York, 14 marzo 1973. J.H. Knowles, Presidente della Fondazione Rockefeller, afferma davanti
al Consiglio Nazionale Sviluppo Pianificazione Familiare che "(...) i settori pubblici e privati
devono operare insieme per accelerare negli Stati Uniti lo sviluppo degli aborti legali. Da 1,2
milioni all'anno, essi devono salire a 1,8 milioni (...)". Ventuno anni e sei mesi dopo, al Cairo,
nell'ambito della Conferenza ONU su Sviluppo e Popolazione, si discute un progetto di
pianificazione demografica globale che, tra l'altro, comprende l'aborto come mezzo efficace per il
controllo delle nascite. L'introduzione di un tale, estremo, rimedio viene presentata come necessaria
per uno "sviluppo sostenibile": senza l'aborto, in pochi decenni le risorse del pianeta non saranno
più sufficienti a sopportare una popolazione in crescita esponenziale. Gli Stati Uniti, pur ritenendo
intangibile il diritto di ogni donna a scegliere l'interruzione di gravidanza quando lo ritenga più
opportuno, si dicono contrari a una sua introduzione sistematica a livello mondiale per rallentare la
crescita demografica. Il Vaticano e i maggiori esponenti dell'Islam, dal canto loro, si dichiarano
fermamente contrari all'aborto in ogni sua manifestazione volontaria; tanto meno, dunque, in un
contesto di politica demografica globale.


Il problema demografico oggi
Sovrappopolazione economica

Quelli riportati sopra sono esempi di come oggi l'incremento demografico sia considerato a tutti i
livelli, dalle grandi potenze mondiali ai più piccoli Stati, una realtà da tenere sotto controllo. Erich
Fromm, tra gli altri, ha lapidariamente affrontato il tema affermando in Avere o Essere che "bisogna
rinunciare all'obiettivo della crescita illimitata per sostituirla con una crescita selettiva, pur senza
correre il rischio di un disastro economico". E in effetti il numero delle persone viventi è una
variabile capace di interferire più pesantemente di quanto non si possa credere sugli equilibri
economici. Semplificando: troppa gente vuol dire un po' di miseria in più per tutti, mentre troppo
poca significa non potere sfruttare e collocare appieno le risorse a disposizione. Nel passato greco
romano, la preoccupazione di una stabilità demografica sembra essere stata appannaggio solo dei
filosofi (i quali la giustificavano con argomenti molto simili agli attuali e in progetti più ideali che
reali) mentre chi deteneva effettivamente il potere politico o non se ne interessava o varava leggi
con lo scopo preciso di incentivare le nascite; l'aborto, inoltre, non era mai considerato
esplicitamente. Oggi, al contrario, è la logica economica a esigere la limitazione del numero delle
nascite, i capi di Stato se ne occupano attivamente e l'aborto viene spesso in luce come panacea per
i mali mondiali.

I dati statistici vengono presentati come allarmanti. Mentre 10.000 anni fa calpestavano la terra solo
dai 5 ai 10 milioni di individui, nel 1950 eravamo già 2,5 miliardi. Ma quello che spaventa di più i
demografi è la rapida crescita che si è avuta in questi ultimi anni: nel 1987 la popolazione era più di
5 miliardi, il doppio rispetto ad appena 30 anni prima. Il futuro ci riserverebbe dunque un mondo
troppo piccolo per tutti (e, si badi, non dal punto di vista territoriale, ma economico), soprattutto per
gli occidentali che nei prossimi trenta anni - se le tendenze attuali saranno costanti - si ridurrebbero
alla metà di oggi. Obiettivo dell'ONU è perciò di arrivare a un incremento praticamente nullo della
popolazione. Il fatto è che tale obiettivo verrebbe raggiunto, si è calcolato, con una media di 2,1
figli per ogni donna: si dovrebbe dunque aumentare la media in Occidente e diminuirla invece nei
Paesi in via di sviluppo.


Le critiche

La critica che viene portata a tale impostazione dei problemi demografici è duplice, morale e
politica.
Dal punto di vista morale - e si tratta di una critica generalissima che in genere viene addebitata al
sistema capitalistico in sè - l'economia rischia di assurgere indirettamente al ruolo di "etica": ciò che
è economicamente vantaggioso diviene anche giusto moralmente in quanto deciso dalle "leggi
(immutabili ?) del mercato". In questo modo si rischia di effettuare determinate scelte di politica
globale semplicemente assecondando i fenomeni che provengono da strutture da noi stessi create (in
questo caso l'insieme delle relazioni economiche) senza invece operare per indirizzarle verso fini
realmente vantaggiosi per l'umanità intera.
Dal punto di vista politico la limitazione numerica dei nuovi nati - essendo i Paesi più ricchi già al
di sotto della media per una "crescita zero" della popolazione - interesserebbe soprattutto, se non
esclusivamente, i Paesi più poveri. Tutto questo porterebbe a due ordini di conseguenze: una
sottomissione di carattere economico e una sottomissione di tipo culturale.
Dal punto di vista economico bisogna sapere che le sovvenzioni, gli aiuti, addirittura il
trasferimento di conoscenze tecnologiche e scientifiche ai Paesi in via di sviluppo sono
accompagnati, spesso, da una richiesta in contropartita dell'introduzione nel territorio, mediante una
regolamentazione da parte dello Stato, di metodi contraccettivi e dell'aborto. Si consuma così una
specie di ricatto che trova la sua ragione nel fatto che il mantenimento dello "status quo" è
sicuramente più vantaggioso economicamente della fluttuazione incostante della natalità. E' anche
così che gli Stati dell'emisfero settentrionale del mondo mantengono nella loro posizione di
soggezione gli Stati dell'emisfero meridionale. Al Cairo i delegati dei Paesi interessati hanno però
chiaramente affermato di non volere rimanere vassalli dei bisogni economici delle grandi potenze
mondiali: sottolineando come un bambino occidentale consuma in cibo ciò che basterebbe a 30
bambini poveri del Terzo Mondo, si è messo in luce quanto "spazio" economico sarebbe ancora
sfruttabile se solo ci si accontentasse, da parte dei Paesi più ricchi, di qualche utilità in meno.
La sottomissione culturale merita innanzi tutto una considerazione preliminare: nessuna politica
demografica è efficace se non si attua in primo luogo a livello culturale. Non bastano infatti i
disincentivi economici a convincere i nuclei familiari a procreare meno figli. Questo significa che
mentalità e tradizioni assai lontane dal mondo occidentale verrebbero "frustrate" attraverso una
sorta di indottrinamento non voluto: si tratterebbe di una vera e propria colonizzazione culturale,
come del resto da vari decenni sta già accadendo in altri settori in maniera più che massiccia.
Tutto ciò è stato provato da J.C. Caldwell - professore di demografia presso la Australian National
University e direttore del National Centre for Epidemiology and Population Health australiano - il
quale ha studiato l'andamento demografico nell'Africa a sud del Sahara e ha riscontrato un forte
legame tra struttura familiare, numero dei figli e capacità di accettazione, da parte di singoli e
gruppi sociali, di una politica demografica brutale.


Il sud del Sahara

Si tratta dell'unica zona al mondo in cui, malgrado ogni freno, permane un'altissimo livello di
natalità; in certi Paesi, anzi, si riscontra addirittura un'accelerazione. L'Africa subsahariana è dunque
il luogo privilegiato del progetto di pianificazione demografica promosso al Cairo proprio perchè,
oltre a essere la potenziale fucina dei futuri "cittadini del mondo", sfugge di fatto ad ogni controllo.
Ebbene, Caldwell è giunto alla conclusione che la struttura familiare influisce profondamente sia
sulla natalità che sull'efficacia dei programmi di pianificazione demografica.
La famiglia, così come si è sviluppata a Sud del Sahara, differisce in modo sostanziale da quella
euroasiatica, comune nel resto del mondo:
"Donne e bambini svolgono gran parte dei lavori agricoli e la terra è posseduta collettivamente
dalla stirpe o clan anziché dalle singole famiglie. Quanto più è numerosa la prole generata, tanto
più maggiore è la quantità di eccedenze alimentari che il clan nel suo insieme può produrre; questa
situazione è opposta a quella euroasiatica, in cui le terre possedute da una famiglia determinano la
quantità di cibo e l'aumento della prole riduce le risorse alimentari disponibili per ciascuno"
Se a questo si aggiunge che l'unità base familiare è costituita solamente dalla madre e i figli in
quanto il marito può essere poligamo e non è tenuto a convivere con le mogli, si vede come sia
estremamente difficile introdurre anche solo l'idea di una pianificazione familiare. Qui non è infatti
possibile trovare una "famiglia" nel significato comune che noi attribuiamo a questa parola; inoltre
la ricchezza della produzione alimentare è strettamente legata all'aumento di natalità, meccanismo
che nel mondo occidentale è completamente ribaltato. Senza considerare poi che l'aborto è
culturalmente considerato omicidio, per cui una sua introduzione e una campagna che lo
appoggiasse andrebbero ancora di più a infrangere gli equilibri su cui si reggono queste
popolazioni.
Qualunque politica demografica dovrebbe prendere in considerazione prima di tutto il cambiamento
della struttura familiare - omologandolo il più possibile a quello occidentale - operando solo
successivamente in modo diretto sulla diminuzione delle nascite.
Si capisce quindi anche intuitivamente come ciò possa essere fortemente osteggiato sia dalle forze
politiche che da quelle sociali dei Paesi interessati.
Ma come veniva affrontato il problema demografico nel passato? L'aborto che ruolo vi svolgeva?

http://www.gianlucagatta.com/saggi/ab_libro/capitoli/8_1.pdf