sabato 3 luglio 2010

La politica del figlio unico in Cina

Un dossier della Laogai Foundation del dissidente Wu denuncia crimini e crudeltà della politica del figlio unico Negli atti ufficiali dei municipi si cantano le lodi dell’eugenetica. Sembrano carte naziste - «Le donne in età fertile con un figlio devono sottoporsi all’inserimento chirurgico della spirale entro 2 mesi dal parto. Quelle che non lo faranno entro 4 mesi saranno sterilizzate senza eccezioni». Siamo in Cina, e questo è il comma «A» dell’art. 2 delle Direttive per migliorare la realizzazione degli obiettivi di pianificazione familiare, emesse il 1° gennaio 1996 dall’Ufficio per la pianificazione familiare della città di Yonghe. È solo uno di molti documenti vigenti nella Cina postcomunista che celebra ora i 60 anni di vita mostrando al mondo i muscoli militari; la Cina di oggi, impenitente e solo ristrutturata, straordinario e riuscito caso di perestroika che paghiamo noi acquistando merce o taroccata o cheap frutto del lavoro schiavistico di migliaia di campi di detenzione. Eccone un altro: «In ottemperanza», bla bla bla, «città, municipi e unità di lavoro devono vigorosamente darsi da fare per fare pubblicità e diffondere le conoscenze di base dell’eugentica, della ginecologia, dell’ostetricia e della pediatria». Eugenetica! E non è Adolf Hitler, grande fan di quella «scienza nuova» fondata da Sir Francis Galton, cugino di Charles Darwin, ma il punto 5 del capitolo III, dei Provvedimenti del Governo del popolo della contea di Wuqing in relazione alla completa applicazione delle norme del Municipio di Tianjin (1991) sulla pianificazione familiare. E un altro: «Per migliorare la qualità delle statistiche della pianificazione familiare, per porre fine a rapporti artefatti o non consegnati, per assicurare l’autenticità dei dati statistici demografici, per ubbidire allo spirito di ricerca della verità, riportare la verità, dire la verità, per la crescita di tendenza positiva nei dati sulla sanità, per migliorare lo stile di lavoro in modo pratico ed efficiente, per migliorare le nostre attività di pianificazione familiare, basandoci sui dati delle nostre ricerche, abbiamo deciso di creare un sistema informativo remunerato con lo scopo di scoprire le omissioni e i dati nei rapporti di nascita, i primi matrimoni, le donne fertili fuori controllo ecc.» (Avviso sulla creazione di un sistema di informazioni retribuite, Quanzhou, 1998). Assoldano spie.
Leggo tutto nel libro “Strage di innocenti. La politica del figlio unico in Cina” (Guerini, Milano, pagg.186, euro 21,5) prodotto dalla Laogai Research Foundation di Washington e in edizione italiana curato da Francesca Romana Poleggi e Antonello «Toni» Brandi, infaticabile presidente della sezione italiana della Fondazione. Che di suo è quella preziosissima, creata e diretta da Harry Wu, classe 1937, dissidente cinese che si è fatto la bellezza di 19 anni nei lager del comunismo asiatico, appunto i laogai. I cinesi sono oggi un miliardo e 300 milioni. Troppi per il governo, che sembra avere imparato a memoria la lezione settecentesca del reverendo anglicano Thomas Robert Malthus stando al quale la cara vecchia Terra non ce la farebbe a stare dietro a tutte le bocche da sfamare. O quasi. Nonostante i neomalthusiani, infatti, Malthus proponeva solo la paternità responsabile, ovvero l’astinenza; non certo la sterilizzazione di uomini e donne trattati alla stregua di bestie, o l’aborto coatto. Peraltro, detto tra noi, Malthus, ha cannato alla grande ogni valutazione, come documentano studiosi di tutte le estrazioni, persino nelle austere aule della Banca Mondiale. Evidentemente, però, in Cina queste sono sottigliezze. Tant’è vero che impera il rigido criterio politico dell’una e una sola creatura per famiglia, il resto in pattumiera. Oltre il primogenito, infatti, anzi l’unicogenito, lo Stato-partito costringe le donne all’aborto; se però il nascituro è femmina (le donne sono ritenute di scarsissimo valore sociale), scatta l’aborto eugenetico anche alla prima gravidanza. Qualora qualcosa sfuggisse, sarebbero dolori: arresti per le madri, i padri e i parenti, vessazioni, persino torture. All’inizio, dopo aver fondato il 1° ottobre 1949, la comunistissima Repubblica Popolare Cinese, Mao Zedong si mise a predicare un «andate e moltiplicatevi» funzionale alle strategie espansionistiche e produttive dell’epoca (più la necessità di ripianare i buchi demografici dovuti alle guerre civili e alle lotte interne). Un po’ Mao s’ispirò all’Unione Sovietica staliniana che premiava le «madri patriottiche». Ma nel 1953 il censimento contò 600 milioni di abitanti, troppi da seguire, controllare, punire. Nel mezzo ci mise lo zampino pure l’«economista» Ma Yinchu, che scrisse, lo fanno tutti, un libro, “Il controllo della popolazione e la ricerca scientifica”. Se qualcuno ha presente cosa successe in Urss quando l’agronomo staliniano Trofim D. Lysenko applicò il lamarckismo alla coltivazione del grano, capisce bene cosa succede quando certa gente usa la parola «scienza». La ricreazione cinese finì allora nel 1964 quando il Pc cambiò rotta creando la Commissione per la pianificazione familiare, presentata come un invito alla sorveglianza demografica volontaria. Solo che i cinesi non ascoltavano, e figliavano, e così a partire dal 1979 il controllo della popolazione è divenuto obbligatorio. E vige ancora oggi, dal 2002 solo formalizzato, razionalizzato con apposita legge. Il libro della Laogai Foundation produce documenti a valanga. Dalle cellule locali di partito dipendono il bello e il cattivo tempo. Se un secondo figlio scappa alla programmazione, lo si finisce in fretta dopo il parto. L’unica eccezione sono certe zone rurali del Paese, dove alle coppie è consentito avere un secondogenito se il primo è nato, che rogna, femmina... Quelli che scampano al boia alimentano il commercio degli infanti. Nel marzo 2003, 28 bimbe sono state rinvenute in autobus in viaggio dal Guagxi all’Anhui. «Le neonate erano drogate e rinchiuse dentro borse di nylon». Alla mal parata ci sono i tuguri detti «orfanotrofi della morte» dove finiscono di preferenza le bimbe, sempre loro, e gli handicappati. E i feti dei bimbi abortiti? Scatenate l’immaginazione. Il cannibalismo dell’era maoista è oramai ampiamente documentato in diversi testi seri (non tradotti), e non solo per fame, ma pure per rito: mangiare i «nemici del popolo» è umiliarli e vincerli in eterno. Che però ciò avvenga ancora oggi, e a danno di bimbi, per di più abortiti, è raccapricciante. Il libro della Laogai Foundation pubblica un ennesimo documento, timbro rosso e intestazione dell’Ospedale ostetrico e ginecologico di Nanjiing, un foglietto con su scritto: «Il presente buono non è in vendita. Vale una placenta. Scade il 13/12/1997». Cannibalismo legale. I lavoratori degli ospedali che hanno accesso alle placente spesso le mangiano. Dicono sia «cibo salutare ed energetico». Non perdetevi il settimo capitolo di “Strage di innocenti”, dove si racconta che l’Unfpa, l’agenzia Onu sulla popolazione mondiale, appoggia, finanzia e tace, così come pure gli Stati Uniti, con George W. Bush jr. no, ma con Bill Clinton prima e ora Barack Hussein Obama sì.

Marco RESPINTI

2 commenti:

  1. In questo articolo si cade in un errore grossolano: mescolare opinioni a fatti, e direttive politiche a tradizioni popolari.
    Un solo esempio, il più facilmente verificabile, fra i tanti.
    In Cina, almeno in campagna (dove vivono la maggior parte delle coppie che fanno figli, e qua stiamo parlando di quasi 800 milioni di persone), se il primo nato è femmina, proprio per EVITARE l'aborto o l'infanticidio (tradizione popolare), il governo vieta l'ecografia per stabilire il sesso del nascituro e autorizza una seconda nascita, con la nefasta conseguenza di un surplus di maschi.
    Cioè, i contadini ignoranti, LORO ucciderebbero la bambina, non certo il governo. Che sia una cosa crudele (e infatti punita) è un fatto ovvio, ma che c'entra il governo?

    Paul

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  2. L'articolo, riportato da un altro sito, é solo uno dei tanti testi che cercano di sensibilizzare l'opinione pubblica sulle gravi violazioni dei diritti umani che avvengono in Cina da anni, nel silenzio.
    Come documentato altrove, in città sono gli "impiegati statali" a finire i neonati che nascono vivi dopo un aborto a cui i genitori si sono opposti.

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