venerdì 28 maggio 2010

La storia di Michaela

Ciao Maria,

oggi, ti racconto la vicenda di Michaela.

La troviamo nell'ultima stanzetta del reparto ostetricia.
Le donne che devono abortire arrivano presto il lunedi mattina e vengono sistemate in fondo al corridoio.
Prima trovi una fila di fiocchi azzurri e rosa, vasi di fiori freschi poi il nulla ed è qui che il pianto di una ragazza giovanissima ci guida un lunedì mattina, quando ci facevano entrare nel reparto al di fuori degli orari di visita.

Ci colpisce il suo viso candido e due occhi azzurrissimi pieni di lacrime, è straniera ma riusciamo a farci capire e a capire: stamattina ucciderà il suo bambino perchè lei e il suo ragazzo non posssono tenerlo: lavorano in un ristorante distante una trentina di chilometri, ospitati dal proprietario in un locale angusto, perderebbero lavoro e casa..no, questo bambino non può venire al mondo ora. Lei non vorrebbe, ma il suo ragazzo non l'ha fermata quando si è recata in ospedale, lei avrebbe voluto che lui l'avesse fatto.

E piange senza fermarsi mai, Michaela.

Le offriamo il nostro aiuto, senza condizioni, le troveremo una casa, un lavoro, tutto quello che serve per poter salvare questo bambino. Ci dice che deve essere convinto il suo ragazzo.

A questo punto non ci resta che andare sul posto di lavoro dei due giovani, ma abbiamo bisogno di tempo, avvisiamo perciò il medico che deve fare l'intervento abortivo, lo mettiamo al corrente della decisione della giovane e del nostro tentativo: ci dà un'ora di tempo.

In macchina, senza guardare limiti e segnali, corriamo,corriamo..(nei mesi successivi arriverà pure la multa per eccesso di velocità), è quasi in montagna questo ristorante tipico ma lo troviamo e il ragazzo è li: ci fa tenerezza è anche più ragazzino della sua compagna, ma si convince, si, se troviamo una casa e li aiutiamo il bambino lo tengono. Presto, presto, qui c'è campo...presto presto mi passi il reparto ginecologia... presto presto mi passi il dottor...e l'infermiera: "l'intervento è stato già fatto, non vi potevamo aspettare servivano le sale operatorie..."

Siamo ritornate in reparto per piangere con Michaela e non le abbiamo detto subito che eravamo riuscite a convincere il compagno, lo ha scoperto dopo e le sue lacrime si sono asciugate in un deserto d'amarezza.


Dopo questo episodio alle volontarie del centro di aiuto alla vita non è stato permesso più di entrare nel reparto al di fuori degli orari di visita e anche in questi orari la stanza in fondo al corridoio veniva guardata a vista dalle infermiere.

Lucia

P.S oggi la tv ci informa che il parlamento ha approvato una legge ingiusta,che toglie la libertà di stampa..non mi tocca più di tanto,in Italia c'è una legge ed è la 194 che uccide i bambini nel grembo materno;approvata questa legge tutte le leggi possono essere giuste.




Minuscole vite

Quando gli scienziati si chiedono se su Marte ci sia vita, non intendono organismi complessi ed evoluti, ma cose come batteri o forme di vita più piccole e semplici.

Ci sono vite che sono ancora più piccole di un puntino, ma nessuno ha dubbi sul fatto che siano organismi viventi.
Oggi gli studiosi si chiedono persino se un virus sia vita.

Con questi presupposti, quello che ci chiediamo é come si fa a dire che un embrione non é vita.

Già un ovulo fecondato, prima di attecchire, invia segnali al corpo che lo ospiterà dando informazioni su se stesso.

L'organismo adulto risponde a questi segnali e ne invia a sua volta.

Dopo questa prima forma di comunicazione, l'organismo consentirà o meno all'ovulo di attecchire.

In questo senso ogni giorno le donne vivono dei microaborti spontanei senza neanche rendersene conto perchè spesso il nostro corpo non ritiene l'ovulo idoneo e non gli consente di svilupparsi.

Ora se un organismo riesce a comunicare con un altro inviando segnali ormonali al corpo che dovrà ospitarlo con i quali da informazioni su se stesso, come si può dire che lì non c'é vita?
E' una minuscola vita umana.

E quanto più dopo l'attecchimento deve essere considerata e rispettata la vita di un esserino minuscolo che però cerca di sfuggire alla morte?

Sono gli stessi abortisti a dire che per interrompere la gravidanza la prima cosa da fare é uccidere l'embrione.

Se bisogna uccidere, come si fa a dire che non c'é vita?

Ma purtroppo, come molte altre cose, l'interruzione di gravidanza é stata banalizzata e spesso, con false certificazioni, si ricorre ad essa oltre i termini stabiliti dalla legge perché si vuole un bambino di sesso diverso o perché il feto é affetto da difetti curabilissimi come il labbro leporino.

Sono i medici stessi a dire che la maggior parte degli aborti terapeutici si eseguono con feti sani.

E un feto su trenta sopravvive all'aborto anche dopo parecchie ore.

Nessuno é stato adulto senza essere stato un embrione. Non é moralismo, é una questione tutta laica, é logica.

L'unica differenza tra noi e gli embrioni e i feti é che loro non si possono difendere.

Più mi documento, più mi convinco che l'aborto sia solo uno strumento utilizzato per controllare l'incremento demografico per potere continuare a sfruttare male le risorse come si sta facendo perchè alcuni si possano arricchire.

E' progresso questo?

La nostra speranza é che chi ci succederà sarà più saggio di noi.

Grazie a Dio, non tutto ciò che é stato chiamato progresso lo é diventato.

martedì 25 maggio 2010

Milena e l’aborto con la Ru486: è stato un calvario

LUGO - E’ la storia di Milena (per ovvie ragioni il nome è di fantasia) la migliore risposta a quanti pensano l’aborto legalizzato come conquista epocale per la libertà della donna.

Un’emancipazione che si traduce nella possibilità di compiere un gesto di cui per sempre si porteranno le “ferite” senza che l’ente pubblico si prenda davvero a cuore le situazioni che, quasi sempre, sono il vero ostacolo all’esercizio di una scelta veramente libera.

Milena, originaria del Marocco, 25 anni e residente in Italia da 7 con il marito e i tre figli piccoli, ha posto fine alla vita della quarta creatura che portava in grembo nel settembre scorso.

Lo ha fatto perché si trovava in una situazione di grande difficoltà economica e familiare, aggravata da un contesto di ingiustizia sociale “borderline” nel quale non raramente finiscono gli immigrati.

E’ ricorsa alla pillola Ru486, altro baluardo dei sedicenti fautori del progresso; e questo, se possibile, ha aggiunto dramma al dramma.

Oggi dice senza esitazione: “Tornassi indietro non lo rifarei mai più. E’ stata l’esperienza più brutta della mia vita.

La notte mi sveglio ancora e penso a quel bimbo che non ho fatto venire al mondo. Penso che forse si trattava di una femmina e che sarebbe dovuta nascere proprio in questi giorni.

Guardo mia figlia più piccola, che ha un anno e mezzo, e prego Dio che perdoni quello che ho fatto perché io non lo dimenticherò mai”.

Alla decisione di interrompere la gravidanza la donna è arrivata spinta dalla disperazione.

“Avevo partorito il mio terzo bimbo da appena 5 mesi e quella gestazione mi era costata il lavoro come badante che, anche se in nero, era comunque un’entrata importante – racconta – Quando la signora dove prestavo servizio ha saputo del mio stato mi ha invitato ad abortire perché altrimenti non mi avrebbe potuto tenere.

Io però non ho avuto il coraggio e già al terzo mese di gravidanza mi sono trovata disoccupata.

Nei mesi successivi mio marito ha perso il lavoro a causa della crisi, e ci hanno dato lo sfratto da casa perché avevamo pagato in ritardo l’affitto.

Una situazione terribile. Finalmente, dopo il parto, ero riuscita a trovare una nuova occupazione in un ristorante.

Un posto che per la mia famiglia era importantissimo perché significava l’unica entrata sicura. Poche settimane dopo ho scoperto la nuova gravidanza.

Ero così spaventata che ho nascosto tutto ai datori di lavoro; non volevo che neppure pensassero alla possibilità che rimanessi incinta”.

Così la corsa all’Ospedale di Lugo, il colloquio con l’assistente sociale con l’invito a ripensarci senza l’offerta di un’alternativa concreta, e la proposta della pillola Ru486.

“Non l’ho scelta io – ricorda – Mi hanno detto che rientravo nei termini per utilizzarla e non ho posto obiezioni”.

Poi l’avvio dell’iter come da protocollo, rivelatosi tutt’altro che la “passeggiata” che qualcuno vorrebbe far credere; sia sul piano fisico che psicologico.

“Mi hanno dato prima la pillola per fermare il cuore del bimbo – dice Milena – Mandarla giù non è come bere un semplice bicchiere d’acqua, perché sai cosa stai facendo. Mi avevano detto che non avrebbe avuto nessuna conseguenza, che sarei stata bene e che potevo continuare le mie attività normali. Così sono andata al supermercato. Quando sono arrivata alla cassa ho invece iniziato a sentire un malessere fortissimo, con tremore alle mani, sudore e sensazione forte di freddo; sono svenuta. Fortunatamente c’era lì vicino una dottoressa che mi ha soccorso ed è stato chiamato il 118. Mi c’è voluto del tempo per riprendermi. Avevo la pressione bassissima”.

Dopo due giorni la fase numero 2: la somministrazione della prostaglandina per l’espulsione del feto.

“Ho preso la pillola in Ospedale e mi avevano spiegato che avrei iniziato a perdere sangue – spiega Milena – Al rientro ho sentito ancora un senso di svenimento mentre guidavo, tanto che ho rischiato un incidente. Mi sono dovuta fermare un po’. Rientrata a casa è iniziato subito il flusso, intenso, molto più di quello di una mestruazione, ed è durato 12 giorni, anche se è andato via via riducendosi. Per tutto il periodo è durato pure il dolore alla pancia, simile a quello che si prova nelle contrazioni all’inizio del parto”.

Più ancora del ricordo del dolore e del malessere, in Milena è vivo quello del momento in cui si è accorta di avere espulso il feto.

Un’esperienza indelebile, concentrata in un’immagine fissata come una foto nel cuore e nella mente.

“E’ stato nei primi giorni – spiega con dolore, continuando solo perché spera che il suo racconto sia utile ad altri affinché non ripetano il suo stesso errore – Mi trovavo in casa mia, sul water, e ho sentito uscire un grumo. Era una sostanza piccola di un colore vivo come quello del fegato. Era in mezzo al sangue. L’ho guardato a lungo. Non so dire quello che si prova, perché non ci sono parole”.

Michela Conficconi

venerdì 21 maggio 2010

Il racconto di Lucia

La storia che state per leggere é realmente accaduta. E' il racconto di un aborto e di un percorso di fede.


Credo che le origini di tutto siano da ricercare nelle incomprensioni tra la protagonista del racconto e i suoi genitori.

E' anche vero però che riflettendo sulle circostanze che viviamo, spesso sembra che nulla accada per caso, ma che tutto sia stato programmato e pianificato e così anche ciò che ha generato tanto male, può portare del bene e può essere di aiuto ad altri.


La donna che ha vissuto il dramma di questo aborto, ha avvertito di essere sprofondata in un abisso dal quale é riuscita a risollevarsi inaspettatamente, solo grazie alla fede.

Questa é la storia che mi é stata inviata da Lucia, ognuno di noi é libero di credere ciò che vuole e di interpretarla come crede.


Ho deciso di pubblicarla perchè mi sembra sintomatica di come il nostro inconscio percepisca, conservi ed elabori alcune esperienze che all'apparenza pensiamo di avere vissuto in maniera superficiale.

La pubblico anche perchè é desiderio di chi l'ha scritta essere di aiuto per chi si trova a un bivio.



Sono qui a raccontarvi la mia storia perchè la mia esperienza possa essere di aiuto a chi si trova davanti a questa scelta.


Comincio il racconto parlando delle origini di ciò che mi ha portata nell'abisso.

Ero separata da poco, un matrimonio sbagliato fin dall'inizio, pieno di silenzi e di solitudine interiore.


La brutta morte di mio fratello aveva ingigantito la distanza abissale che sentivo nel rapporto con i miei genitori e i miei fratelli, soprattutto con mia madre.

Quella morte mi aveva portata a un matrimonio tanto per fare la brava ragazza, ma questo è un altro capitolo...insomma io ero la pecora nera in tutti i sensi, ovvero così mi sentivo, sebbene prima di allora avessi fatto parte dei gruppi giovanili della parrocchia e fossi stata la solista del coro parrocchiale.

Tanti errori e tante sofferenze.

Oggi so che, a modo mio, cercavo pace lontana da quel Dio che con il tempo, credevo mi avesse abbandonata.

Nessuno mi aveva spiegato che solo la pace in Dio mi avrebbe guidata, credevo che senza le mie forze non avrei mai trovato la felicità e così la ricercavo affannosamente, proprio come il figliol prodigo.

Dopo la separazione incontrai un uomo.

Pensavo di poter ricominciare, di poter avere quella stabilità affettiva che bramavo per me e per i miei due figli avuti da quel matrimonio disfatto.

Credevo che sarei riuscita ad avere quella famiglia che mi mancava tanto, da sempre.

Rimasi subito incinta e per me fu un'ulteriore tragedia, mentre dovevo porre rimedio a molte altre. E poi, cosa avrebbe detto la gente? Cosa avrebbero detto i miei familiari che già mi accusavano tanto?

Non potevo avere un altro figlio trovandomi in una situazione così instabile, non potevo essere madre di un terzo bambino, i due che avevo già sembravano già tanto tristi.

Avevo anche mille problemi con il lavoro e per me era un peso dovermi appoggiare alla mia famiglia persino nelle piccole cose.

Non vedevo alternativa.

Quell'uomo faceva già tanto, era una storia nata da poco, ancora piena di incognite.

Non conoscevo Dio, cercavo onori e vita libera, sebbene mi fossi già scontrata con le prime delusioni.

Forse, nel profondo del cuore, avevo nostalgia di quando da ragazza frequentavo la chiesa e cantavo, durante i matrimoni, ma allo stesso tempo il mio orgoglio era ferito ed ero diventata presuntuosa.

Credevo che ormai Dio fosse lontano da me, pensavo di non avere più il diritto di stare nella chiesa.

La mia vita aveva preso una piega completamente diversa da quanto immaginavo.

Quando capii di essere incinta, sentii il peso dell'errore, sembrava che davanti a me ci fosse un abisso più grande.

Quel bambino che cresceva in me giorno dopo giorno, mi dava angoscia.

Immaginavo di dare la notizia a chi mi avrebbe guardata come una pazza eretica.

Così, appoggiata da quel compagno che in fondo era spaventato quanto me, senza farne parola con altri, presi la decisione di abortire.

Chiaramente mi rivolsi subito dove sapevo che non avrei trovato ostacoli.

Mi feci visitare con la ferma risoluzione che avrei risolto tutto nel silenzio, senza che nessuno sapesse, depositando e lasciando nel dimenticatoio quel pacco scomodo.

Così, nella piena solitudine, arrivai nel reparto dell'ospedale una mattina del settembre del '95.

Nessuno mi chiese niente..nessuno mi rivolse la parola.

Sembrava tutto normale, tutto si svolse in modo freddo e meccanico, come se si dovesse svolgere un dovere, un fardello da togliersi di dosso...non ricordo un viso, un sorriso, un'immagine che mi potesse rimanere impressa.

Ricordo solo la freddezza della stanza dell'ospedale e il mio desiderio di andarmene al più presto da lì..non ho voluto sapere niente...non mi ero informata di niente, sapevo solo che, uscita di lì, il problema era risolto.


Non sentivo nulla dentro, se non il desiderio di liberarmi di una colpa che nessuno avrebbe perdonato.

Questo è stato quel figlio che avevo in grembo.

Tutto successe nel silenzio e nessuno ha mai saputo il mio segreto.

Ogni tanto pensavo a come sarebbe potuto essere quel bambino..mi vedevo con lui vicino...lo immaginavo, ma cancellavo subito il pensiero e tenevo tutto dentro, senza nessuna sofferenza.

Sentivo che era stato più giusto abortire che tenere un bambino che tutti mi avrebbero fatto pesare. Avevo scelto quello che per me era il male minore.

Dopo qualche anno iniziai ad avere problemi di salute.

La mia fu un'agonia durata quattro interventi per un fibroma persistente.

Credo che i dolori che ho avuto per un paio di anni, siano stati più atroci di un parto...ad ogni ciclo mestruale, mi dicevo "cosa devo partorire?".

E poi rimasi ancora una volta sola quando, per via di vorticosi problemi, finì anche la storia con quel compagno.

Ancora sola mentre i problemi con il lavoro si ingigantivano e la realizzazione di me stessa sembrava sempre più lontana, persino come donna e come madre.

Se avessi saputo che qualcuno avrebbe amato i miei figli, avrei tentato il suicidio.

Sentivo il vuoto dentro e ad ogni istante lo stimolo di farla finita, poi il pensiero di lasciare soli i miei figli, mi fermava.

La mia famiglia per me era già un corpo estraneo, lontano, avevo addossato loro tutte le colpe di avermi abbandonata a me stessa e nello stesso tempo l'orgoglio ferito mi impediva di chiedere aiuto.

Ho sopportato tutto con molta fatica, nel vuoto del mio cuore, solo per l'amore che ho per i miei figli e per l'idea che nessuno li avrebbe amati come li amo io.

Con loro però ero fredda, vuota, perchè non potevo dare loro quella felicità che meritavano.

E dentro di me cresceva la rabbia perchè non potevo essere la mamma dolce ed affettuosa che avrei voluto essere.

Fare la mamma era la mia massima aspirazione e invece ero arrivata a rifiutare la vita!

Non mi rendevo conto di niente..tutto era colpa degli altri, di chi non aveva capito, di chi non mi aveva amato..non perdonavo, avevo il cuore pieno di rabbia e di disperazione.

Mi affannavo alla ricerca di una via d'uscita...intanto anche mia figlia, all'età di sedici anni, mi lasciò per andare a vivere con il padre.

Avevo deluso mia figlia senza sapere quale fosse la mia colpa.

Avevo deluso la parte di me che voleva essere di esempio a mia figlia, perchè lei un giorno potesse essere una donna e una mamma felice.

Rimasi sola con mio figlio che già scivolava nell'abisso della tossicodipendenza.

Ancora una volta dovevo trovare soluzioni ed ero già stanca già di vivere.

E intanto continuavo a dare la colpa a tutto e a tutti, ma soprattutto alla mia ingenuità per aver accettato passivamente tante situazioni che mi avevano portato nell'abisso, ma mai pensavo che la mia colpa fosse stato l'aborto, non ci pensavo più.

Mi vergognavo persino di ciò che non ero stata capace di essere, di tanti sogni che non ero stata capace di realizzare.

Così quando ho avuto la certezza che mio figlio fumava spinelli, ho avuto il vuoto davanti.

Era finito tutto, ogni cosa sembrava senza speranza.

L'unica gioia era il ritorno di mia figlia avvenuto qualche mese prima.

Sapevo però che anche in lei era già calata la sofferenza.

Insomma, soffrivo io e avevo messo anche i miei figli nella sofferenza.

Ma da mesi una voce mi parlava dentro e così, combattuta, mi rivolsi a quel Dio che oramai credevo mi avesse abbandonata..

Gli dissi "io non posso fare più niente, mio Dio fai Tu qualcosa".

Inaspettatamente trovai la soluzione. Mio figlio iniziò a frequentare una comunità religiosa che lo avrebbe aiutato a uscire dalla droga e io intrapresi un cammino di fede parallelo.

Dopo un pò sentii il bisogno di ammettere e confessare il mio peccato: l'aborto.

Ammisi che l'aborto era una colpa sicuramente grave, ma non quella che aveva procurato ancora tanto male nella mia vita.

Cominciai a ritrovare la gioia nelle persone che facevano il percorso con me e a riconoscere questo Dio che mi amava.

Fra tante ribellioni e lacrime, ripercorsi le mie colpe e le mie sofferenze e sentii il desiderio di demolire la mia presunzione e il mio orgoglio ferito, seppur questo mi facesse male.

Dopo pochi mesi, mi trovai a pregare in chiesa.

Senza sapere perchè, piangevo a dirotto mentre tutti pregavano e non capivo perchè...quei giorni stavo aiutando un ragazzo ad entrare in comunità e mentre piangevo mi dicevo "Ho già ripartorito mio figlio, chi devo ripartorire ancora? Perchè questo ragazzo devo ripartorirlo io?"

Era un pensiero fisso. All'improvviso mi venne in mente lui, il mio bambino morto, come se avesse bussato così forte al mio cuore dicendomi "mamma, ci sono io!"

Ammettere la colpa nei confronti di quel figlio, mi fece sentire sollevata.

Entrai in un percorso di guarigione spirituale che mi faceva sentire la necessità di quella verità che rende liberi.

Sentivo dirompente che dovevo scendere fino in fondo e liberarmi di questo fardello e così oggi mi trovo a dire ciò che ho vissuto.

Oggi credo che tutto sia avvenuto per via di quell'errore con il quale io ho dato la sterzata finale ad una vita già lontana da Dio.

Una mamma porta la vita e non può rifiutarla.

Quando rifiuta la vita, può solo morire dentro e trascinare nella morte tutto ciò che la circonda.

Mio figlio non é morto invano, oggi posso nella verità con me stessa, testimoniare questa esperienza e dare speranza ad altre donne che hanno vissuto inconsapevoli, questo dramma.

Ora so che la Resurrezione è cosa per tutti, se vogliamo sentire Dio nel cuore.

Se credi anche solo minimamente che ci sia una forza suprema che genera vita, devi essere gioiosa di essere stata chiamata ad esserne strumento...essere strumento della morte, significa accettare che la morte ha già operato nel tuo cuore, prima ancora di fartela vedere poi nel concreto.

Ma la cosa peggiore, è che allontani la vita da te stessa e da ciò che hai generato.

Dico a quelle donne che hanno vissuto la mia esperienza, che possono risorgere a nuova vita, se vogliono provare a svuotare la loro botte piena, davanti a Dio che è Padre...dico a quelle donne che stanno per decidere di abortire, pensateci, perchè finirete in un vortice di vuoto e solitudine.

L'aborto può solo operare altro male.

La donna ha avuto il grande dono da Dio, di generare la vita e se rifiuta questo dono, può generare solo morte.


Grazie


Lucia

sabato 15 maggio 2010

Inserisco anche qui il link a un'intervista che mi ha fatto la scrittrice Argeta Brozi:

http://sussurridalcuore.splinder.com/post/22728128/intervista-a-maria-gangemi


Con l'occasione ringrazio anche Argeta per il tempo e lo spazio che mi ha dedicato.

mercoledì 12 maggio 2010

Un ulteriore abuso sul corpo delle donne

La guerra in Iraq é stata un'immane tragedia che non si é arrestata con la fine del conflitto.

E, tra tutto ciò con cui gli iracheni devono fare i conti, c'é anche un fatto gravissimo.

A causa dei veleni contenuti nelle armi utilizzate, si continuano a concepire bambini con orrende malformazioni.

I medici hanno avvertito le donne che è meglio non rimanere incinte per almeno venticinque anni (dall'articolo "Geneticamente modificato").

Ma la tragedia non si limita all'Iraq.

Anche i figli dei soldati che hanno prestato servizio in quelle zone tendono a nascere con malformazioni.

E, anche se non c'é proporzione tra ciò che avviene in Iraq (o quanto é successo a Chernobyl ) e altri stati, bisogna tenere presente che anche nel resto del mondo e in Italia molti bambini nascono con malformazioni non solo per questioni genetiche, ma anche perchè le madri, spesso a loro insaputa, sono venute a contatto con sostanze tossiche e inquinanti.

Quindi, se i governi non hanno alcun riguardo per l'ambiente e per la nostra salute e creano le cause che ci portano ad ammalarci e a concepire figli deformi, come si fa a dire che il diritto delle donne é tutelato perchè lo stato consente di abortire?

Ricordo ancora una volta che l'aborto, questo diritto che le donne possono esercitare, non é indolore e causa sofferenze fisiche e psicologiche.

Se lo Stato fosse davvero interessato a tutelare i nostri diritti, cercherebbe di rimuovere le cause che portano all'aborto terapeutico.

E invece politici e criminali si arricchiscono con guerre che producono veleni e con pericolosissimi traffici di scorie e rifiuti tossici.

E alla donna rimane il tragico diritto di abortire.

Più che un diritto, per me questo é un ulteriore abuso sul corpo della donna.

E' inutile curare un male con un antidolorifico, bisogna rimuovere la causa del dolore.
A lungo andare, l'antidolorofico diventa anche dannoso.

In questo caso, l'antidolorifico é solo fumo negli occhi.

Il diritto che le donne dovrebbero rivendicare é quello di potere concepire figli sani.


Certo, come sempre, questa é solo la mia opinione.

martedì 11 maggio 2010

Come vengono tutelati i nostri diritti?

Lo stesso Stato che giustamente pubblicizza la raccolta differenziata perché bisogna pensare al futuro, con l'ausilio del segreto militare, quindi a nostra insaputa, seppellisce accanto alle nostre case le scorie nucleari che causeranno danni gravissimi alla salute per millenni.

Questo perché il "rischio é accettabile" rispetto ai benefici economici che ne avranno pochi e all'utilizzo che si farà dei prodotti della lavorazione dei materiali radioattivi.

Nel caso che ho citato sopra, la contraddizione é solo apparente perché la raccolta differenziata procura entrate più consistenti a comuni e a privati e dietro il nucleare ci sono interessi enormi che coinvolgono i governi e la criminalità.

Quando si é presentato il problema dell'influenza suina, l'H1N1, chi ha il dovere di diffondere informazioni veritiere non ha pensato un attimo a gridare alla pandemia per promuovere la vendita e l'utilizzo di farmaci pericolosi o che dovrebbero trovare un utilizzo sporadico, come il Tamiflu.

Tra l'altro, la “non pericolosità” del vaccino contro l'influenza suina é stata testata dalla casa farmaceutica che lo produce, il che é una grossa irregolarità.

Da questo contesto emerge uno stretto legame tra politica e aziende che va molto oltre l'Italia e la politica italiana.

Dunque, visto che al politico e all'imprenditore non interessano né la nostra salute, né il nostro futuro, ma il nostro consenso e il nostro denaro, dovremmo pensare noi stessi quale sia il modo migliore per tutelare i nostri diritti e quelli dei nostri figli.

Dovremmo chiederci, ad esempio, quali aiuti vengano dati a una donna che vuole portare avanti una gravidanza.

Oggi diciamo che l'aborto é un diritto, ma le statistiche svelano che, a ricorrere all'aborto, sono le donne meno informate o quelle che vivono le condizioni economiche e sociali peggiori.

Mi chiedo in che modo sia tutelato il diritto di una donna che é costretta ad abortire perché ritiene di non avere le risorse economiche per allevare un figlio, non ha un lavoro, non c'é un asilo dove poterlo lasciare, non può permettersi nessun collaboratore.

E lo Stato sperpera il denaro pubblico mentre si potrebbero creare asili nido, si potrebbero dare contributi alle aziende che vogliono creare dei locali per accogliere i figli dei dipendenti al loro interno.

Ma intanto ci hanno fatto credere che abortire é un diritto, poi non importa né sapere chi ricorre all'aborto, né cosa succede nelle cliniche.

Ogni donna, ogni persona dovrebbe pensare al modo in cui e se il proprio diritto é davvero tutelato.

L'interruzione di gravidanza non é un modo per gratificare la propria femminilità, ma é una scelta dolorosa, perchè la donna deve sopportare sofferenze fisiche e psicologiche.

Interrompere la gravidanza con l'aborto chirurgico o con la pillola abortiva conviene a chi riceve sovvenzioni e risorse per l'intervento e per le sperimentazioni, conviene a chi produce la pillola, certamente non conviene a quelle madri che non trovano altra soluzione oltre all'interruzione di gravidanza e che sono costrette a provare dolore per quella scelta.

Per tutelare la salute fisica e psicologica della donna lo Stato dovrebbe investire innanzitutto in informazione, sia sull'aborto che sulle alternative, dovrebbe investire in prevenzione e in ricerca per scoprire cosa determina una certa combinazione genetica piuttosto che un'altra, si dovrebbe pensare a un organismo, naturale o artificiale, che ospiti l'embrione se una donna che vuole un figlio non può portare avanti una gravidanza per motivi di salute.

Non é fantascienza, gli studiosi ci stanno pensando.

Il diritto che dobbiamo rivendicare non é quello di sopprimere i nostri figli , ma quello di ricevere tutto il sostegno necessario e di avere strutture ed educatori qualificati per allevarli e istruirli.

Ultimamente qualche ministro ha fatto dichiarazioni sconcertanti lasciando pensare che verranno intaccati i diritti dei lavoratori, il diritto alla maternità, che é innanzitutto un dovere morale verso il figlio, un diritto di chi non può permettersi un collaboratore familiare.

Dovremmo riflettere ogni giorno su come vengono tutelati i nostri diritti, e rivendicarli.

Fino a ora ognuno di noi ha pensato alla propria casetta e adesso non abbiamo più neanche quella.

giovedì 6 maggio 2010

Severino Antinori sugli effetti della RU486

"La RU486 alza il rischio di mortalità per le madri e aumenta i casi di infertibiltà. E' come un cappio al collo del feto e ci mette cinque giorni ad asfissiarlo Smettiamola di dire che la pillola Ru486 aumenta la libertà della donna. Aumenta soltanto la sua libertà a farsi del male. L’intervento tradizionale, in sala chirurgica, è infinitamente più sicuro, oltre che più veloce». Severino Antinori, ginecologo che non ha bisogno di presentazioni, presidente dell’Associazione mondiale di medicina riproduttiva, ma soprattutto uomo di grandi passioni, non ci sta proprio a ciò che ha sentito e che sente dire ogni giorno sulla pasticca abortiva. Ed è un fiume in piena, difficile da arginare. Lei parla di informazioni false, professore. «Chiamiamole con il loro vero nome, ovvero bugie». Come vuole. Ci fa degli esempi? «È innanzitutto una bugia diffondere l’illusione, magari nelle più giovani, che sia come bere un bicchiere d’acqua. Io ne avevo scritto già due anni fa, descrivendo gli effetti devastanti della Ru486, da indicibili nausee con vomito a pericolosissimi sanguinamenti, dal 30 per cento di possibilità di dover poi ricorrere a interventi di completamento dell’aborto a un rischio di infertilità del 15 per cento, da un’angoscia che dura cinque giorni al rischio di mortalità [.... tant'è vero che] in Paesi come Francia, o Australia, è quasi ormai vietata, per non dire della liberalissima Svezia."